Perché questa formazione la deve tenere chi il software lo scrive e chi in classe ci sta – e come è fatto un percorso che ho già portato a termine.
La formazione sull’intelligenza artificiale nelle scuole la tengono di solito informatici che non hanno mai avuto una classe, oppure docenti entusiasti che gli strumenti li hanno soltanto usati. Io sto in mezzo, e non per caso.
Scrivo software e costruisco siti. Progetto e sviluppo applicazioni web da capo a fondo (interfaccia, back end, integrazione con archivi e API, messa in produzione sul cloud) e curo siti WordPress per associazioni, riviste e progetti culturali, dall’architettura dei contenuti al dominio, dalla manutenzione alla sicurezza. Uso i modelli linguistici dentro il mio lavoro di sviluppo tutti i giorni, che è il modo meno teorico possibile per sapere che cosa sanno fare e dove sbagliano.
E insegno italiano e storia: correggo compiti come chi mi ascolta, siedo negli stessi collegi docenti. Quando in aula qualcuno chiede se conviene far scrivere un tema a una macchina, non rispondo da consulente, rispondo da collega che quel tema lo deve valutare lunedì.
Sopra le due c’è una terza cosa, la formazione umanistica: dottorato in filologia romanza, master in public history. Un modello linguistico produce testo, e valutarlo, risalire alle sue fonti, capire dove mente è alla lettera il mestiere di un filologo. Ed è anche, parola per parola, quello che John Dewey chiedeva alla scuola più di un secolo fa.
L’esame attivo, persistente e accurato di una credenza o di una presunta forma di sapere, alla luce delle ragioni che la sostengono e delle ulteriori conclusioni a cui tende, costituisce il pensiero riflessivo.
John Dewey, How We Think, 1910
Dewey scriveva di libri e di giornali, ma la definizione calza su un testo prodotto da una macchina meglio che su qualunque altra cosa. La domanda per la scuola non è se gli studenti useranno l’intelligenza artificiale: è se qualcuno insegnerà loro a chiedersi su quali ragioni si regge ciò che leggono. Per questo un corso sull’IA non è addestramento a un software, è educazione al giudizio, e i docenti sono i primi a doverne disporre.
Come funziona davvero un percorso di formazione sull’intelligenza artificiale dentro una scuola, raccontato dall’ultimo che ho tenuto.
Nel 2023 il Ministero ha stanziato, con i fondi del PNRR per la transizione digitale, una linea di finanziamento perché le scuole formino i propri docenti: è il decreto 66, e ogni istituto lo spende come crede, scegliendo i temi e cercando all’esterno chi sappia insegnarli. L’istituto comprensivo «Quintino di Vona – Tito Speri» di Milano ha deciso di dedicarne una parte all’intelligenza artificiale e ha pubblicato un avviso per selezionare un docente esperto. Mi sono candidato e l’incarico è arrivato a maggio del 2025.
Il problema che avevo davanti non era spiegare che cosa sia un modello linguistico. Era una sala docenti larga: maestre della primaria e insegnanti di matematica delle medie, chi non aveva mai aperto un chatbot e chi lo usava già per preparare le verifiche, materie che con quegli strumenti hanno problemi opposti. Un corso frontale uguale per tutti avrebbe accontentato una minoranza e fatto perdere il pomeriggio a tutti gli altri.
Ne è uscito un percorso in sette tappe fra luglio e ottobre, costruito al contrario: prima misurare chi ho davanti, poi dividere per aree disciplinari, poi il colloquio individuale dove ciascuno porta il proprio problema. E alla fine un documento, la policy d’istituto su che cosa è ammesso, che cosa va dichiarato e come si valuta, perché un corso che finisce con l’ultima lezione lascia dietro di sé entusiasmo e nient’altro, mentre una scuola ha bisogno di una regola condivisa.
IC «Quintino di Vona – Tito Speri», Milano · progetto «Il docente di STEM» · con Pietro Stori · DM 66/2023, PNRR M4C1I2.1
Incarico di docente esperto per 20 ore di docenza, dentro un percorso complessivo di quaranta, concluso e liquidato dall’istituto. In precedenza, un ciclo di formazione con docenti della primaria sull’integrazione dell’IA negli strumenti di Google Workspace. I materiali del percorso sono pubblici: daniloaprigliano.notion.site/materialicorsoai. Nella scuola dove insegno siedo nella commissione d’istituto sull’intelligenza artificiale, quella che deve scrivere le regole d’uso per docenti e studenti: è il lato interno dello stesso lavoro.
Il formato nasce da un problema pratico: in una sala docenti i livelli di partenza vanno da chi non ha mai aperto un chatbot a chi lo usa ogni giorno. Una lezione frontale sola serve alla metà dei presenti.
Misuro competenze e aspettative prima di cominciare, su una griglia riconosciuta. Serve a costruire i gruppi e a non far perdere tempo né ai principianti né a chi è già avanti.
Ogni docente porta le proprie verifiche, i propri esercizi, la propria programmazione, e si lavora su quelli. Le buone pratiche si mostrano all’inizio e si verificano subito dopo, sul caso concreto di chi le sta imparando.
Venti minuti a testa, anche da remoto, su prenotazione. È la parte che i partecipanti ricordano: in quel quarto d’ora si risolve il problema specifico di quella persona, che in plenaria non avrebbe mai posto.
Una sessione conclusiva mette in comune le idee migliori emerse nei colloqui, e da lì si scrive la policy d’istituto: che cosa è ammesso, che cosa va dichiarato, come si valuta. Quello che una collega ha risolto per la sua materia quasi sempre serve anche a qualcun altro.
Uso soltanto strumenti gratuiti e accessibili a tutti: un corso che funziona solo con la licenza a pagamento della scuola smette di funzionare quando la licenza scade.
Si adattano al collegio docenti e al budget dell’istituto. Su richiesta preparo il preventivo con struttura oraria e requisiti tecnici.
Un incontro per tutto il collegio: che cosa sono davvero questi strumenti, che cosa cambia nella valutazione, quali usi reggono e quali no. Per istituti che partono da zero.
Il formato del Di Vona: questionario, sessioni collettive, laboratori per area disciplinare, colloqui individuali, policy finale. Produce materiali utilizzabili in classe già dalla settimana dopo.
Primaria, secondaria di primo grado, biennio e triennio hanno problemi diversi. Ho lavorato con la primaria e con l’area scientifica: il percorso si costruisce sui destinatari.
Quello che costruisco fuori dai corsi, e che resta online per chi lo vuole usare.
prototipo · benjamin
Un prototipo di rivista digitale sull’intelligenza artificiale a scuola: editoriale, articoli, materiali. L’ho costruito per avere un posto dove ragionare in pubblico su che cosa cambia nella didattica, invece di rispondere ogni volta alla stessa domanda in sala docenti.
materiale per la classe · il-risorgimento
Una timeline interattiva dal Congresso di Vienna alla presa di Roma, scritta per le mie classi e lasciata online per chiunque la voglia usare: ogni tappa ha la sua data, il suo fatto e la sua spiegazione breve.
Altri lavori che appartengono anche a questa pagina, benché stiano altrove: il cruscotto che ho scritto per tenere insieme archivi, posta e ricerca – la prova pratica di che cosa so costruire –, il corso ECM, che è formazione per adulti accreditata, fatta dall’idea al catalogo, i XV Martiri di Piazzale Loreto, che è un lavoro d’archivio fatto con gli studenti (i15martiri.daniloaprigliano.it), e la Scuola di Cittadinanza Europea, dove insegno a leggere le fonti europee (scuoladicittadinanzaeuropea.it).